L’evento
81° anniversario dell’eccidio di Cravasco
Domenica 15 Marzo 2026
Cravasco, comune di Campomorone (Genova)
Cerimonia commemorativa per l’81° anniversario dell’Eccidio di Cravasco, una delle più feroci rappresaglie nazifasciste avvenute nel territorio ligure.
Alla cerimonia hanno preso parte il sindaco del Comune di Campomorone e consigliere metropolitano delegato, il presidente dell’ Istituto Ligure per la storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea e il vicesindaco del Comune di Genova.
L’intervento del presidente ILSREC Giacomo Ronzitti
Autorità, signori sindaci, cara Soledad, cari amici, tanti di noi da molti anni, ormai possiamo dire da molti decenni, non hanno mai mancato di essere qui a ricordare e rendere il nostro deferente omaggio a coloro che qui vennero trucidati in una gelida mattina del 23 Marzo del 1945.
Lo abbiamo fatto, insieme a “Franco” – Arrigo Diodati – sopravvissuto miracolosamente alla strage dei suoi compagni, fino a che egli non ci ha lasciato nel Dicembre del 2013.
Siamo qui, anche oggi, perché sentiamo un profondo senso di appartenenza a questa vallata che ha pagato un duro prezzo per il suo impegno antifascista e per il vincolo che ci ha legato a molti partigiani, tra i quali i giovani della brigata volate “Balilla”, che tra questi monti dell’appennino ligure-piemontese hanno combattuto nella Resistenza.
Siamo qui per testimoniare il nostro debito di riconoscenza verso di loro, ma anche per riaffermare e rinnovare il nostro impegno nella difesa di quegli ideali e quei diritti di libertà per i quali essi sono stati perseguitati, deportati e assassinati: diritti civili e sociali che ad essi vennero negati e che loro conquistarono per noi col loro sacrificio.
Infatti la storia, che tutti dovrebbero studiare, ci insegna che quei diritti non sono il portato della natura, non germogliarono come frutto della terra e delle stagioni, non sono dati da sempre e per sempre, ma sono il risultato di secoli di lotte condotte per affermare la dignità della persona umana, che nella prima metà del secolo scorso il nazifascismo calpestò e cancellò in nome della supremazia di una nazione, di una razza, di una ideologia.
Fu, infatti, memori delle tragedie che segnarono il novecento italiano ed europeo, coscienti delle ragioni che animarono le donne e gli uomini nella Resistenza che i Costituenti costruirono nel dopoguerra su più giusti e avanzati pilastri la nostra democrazia.
Una democrazia aperta e solidale, fondata sui valori della pace e dello stato di diritto imperniato sulla separazione e l’equilibrio tra i poteri che si regge in primo luogo sull’autonomia e sull’indipendenza degli organi di garanzia che sono a presidio delle istituzioni e a tutela dei cittadini.
Principi cardini delle moderne democrazie che già nei secoli scorsi vennero enunciati da Montesquieu e Tocqueville, i quali, non a caso, misero in guardia sui rischi che possono palesarsi nelle democrazie quando, in nome di una supposta sovranità popolare, questi venissero alterati.
Alexis De Tocqueville parlò per questo della possibile torsione apparentemente legittima, cui una democrazia può giungere attraverso quella che egli definì la “dittatura della maggioranza”.
Concetti che evocano il pericolo che in varie parti del mondo, al di qua e al di là dell’Atlantico, si manifesta con il disprezzo degli istituti democratici da parte di leader e movimenti nazionalisti a cominciare da quello ungherese, il quale teorizza l’ossimoro della democrazia illiberale dileggiando al contempo, e non a caso, il progetto europeista che nasce dal pensiero antifascista di uomini come Altiero Spinelli, Jean Monnet e Paul Henry Spaak.
Per questo oggi non è retorico richiamare il nesso inscindibile tra Resistenza-Repubblica-Costituzione e ricordare come questo fosse proiettato nella prospettiva europea e del diritto internazionale sancito dalla Carta delle Nazioni Unite.
A tal fine, del resto, il Presidente Sergio Mattarella ha sempre richiamato questi valori fondamentali sui quali si basa la convivenza pacifica tra popoli e nazioni, drammaticamente violati e calpestati da tempo da potenze militari, che alla forza del diritto hanno sostituito il diritto della forza mietendo in ogni parte del mondo centinaia di migliaia di vittime innocenti, in Europa come in Medioriente, in Africa come in Asia.
Cari amici,
celebreremo quest’anno l’80° anniversario della Repubblica che per la prima volta vide riconosciuto anche alle donne il diritto di voto, assieme ai diritti di civili e sociali che per secoli vennero loro disconosciuti, sebbene dobbiamo essere consapevoli, che, come ha ricordato il Capo dello Stato, molta strada resta ancora da compiere per la piena affermazione della parità di genere.
Di tutto ciò siamo coscienti, così come siamo coscienti che l’ordinamento sui quali si fonda la Repubblica è il frutto prezioso dell’impegno e del coraggio delle donne e degli uomini che animarono la lotta di Resistenza.
Dunque, mentre rendiamo omaggio ai martiri di Cravasco che di questa lotta furono protagonisti, rinnoviamo il nostro impegno affinché il loro sacrificio non sia stato vano.
L’orazione del ViceSindaco di Genova Alessandro Terrile
Un saluto al Sindaco di Campomorone, al Presidente dell’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea, un omaggio ai gonfaloni ai Sindaci e ai rappresentanti dei Comuni, a tutte le autorità civili e militari intervenute, all’Associazione Partigiani d’Italia, alle associazioni d’arma, e a tutti voi che nonostante un giorno infausto sotto il profilo meteorologico avete deciso di salire qui, ad esercitare il dovere della memoria.
Ringrazio il Comitato Permanente della Resistenza di Genova che mi ha dato la possibilità di tenere oggi l’orazione ufficiale. E’ per me un grande onore.
Innanzitutto perché pur a distanza di molti anni, ha ancora un forte valore simbolico e sostanziale che le Istituzioni continuino a commemorare i principali episodi della Resistenza e il sacrificio dei combattenti partigiani.
Anzi, lo scorrere del tempo, che fa tacere i testimoni oculari e rischia di confondere la memoria, aggrava la responsabilità delle Istituzioni repubblicane e di tutti noi cittadini di custodire e ravvivare quella memoria. E di coltivarla con la commemorazione e con l’esempio.
Quello che è avvenuto su questa collina, ha qualcosa di particolare rispetto ad altri episodi della lotta di liberazione, perché abbiamo avuto la fortuna per tanti anni di avere insieme a noi un testimone oculare, sopravvissuto alla furia nazifascista perché ferito e scambiato per morto.
Arrigo Diodati, il partigiano Franco, aveva 19 anni, è sopravvissuto e ha potuto descrivere minuziosamente cosa è avvenuto tra il 22 e il 23 marzo del 1945.
Siamo alle fasi finali del conflitto della seconda guerra mondiale. La linea gotica sta cedendo definitivamente, all’offensiva finale che aprirà la strada all’avanzata delle truppe alleate in tutto il nord Italia mancano pochi giorni. I nazisti ovviamente non lo sanno con precisione, ma sanno che siamo agli sgoccioli. Lo sanno anche i partigiani, il comando della VI Zona Operativa nei giorni immediatamente successivi all’eccidio ordineranno la reazione definendola “Risposta al terrorismo dei vinti”.
Siamo alla fine di marzo del 1945 e i vinti non sono ancora vinti definitivamente, ma subiscono la crescente pressione degli alleati da sud e della lotta partigiane sull’appennino ligure e piemontese.
L’innesco è il 22 marzo, quando un gruppo formato da una decina di partigiani della brigata volante Balilla del Comandante “Battista” Angelo Scala uccise in un’imboscata nove soldati tedeschi del 3° Feistung-Bataillon 905 con base a Campomorone.
La risposta dei nazisti è immediata. Con la collaborazione determinate dei repubblichini e in particolare di Mauro Risi addetto alla custodia dei detenuti politici, alle primi ore del 23 marzo i nazifascisti prelevano 20 prigionieri dal Carcere di Marassi. Cinque vengono dall’infermeria.
Sono scelti con cura. Fa notare Gimelli che il Comando delle SS coglie l’occasione per infliggere un duro colpo all’organizzazione militare clandestina della Liguria. Fra i prescelti a Marassi vi erano infatti:
- Quadri militari dello Stato maggiore del Comando militare regionale ligure
- tenente colon. Gustavo Capitò, comandante servizio informazioni militari
- Giulio Campi, condirettore ufficio aviolanci
- Sottoten. Giovanni Bellegrandi, ufficiale istruttore materiale bellico
- Orlando Bianchi, consulente militare del CMRL
- Ernesto Salvestrini, radiotelegrafista
- Quadri militari del comando SAP di Genova
- Maggiore Virginio Bignotti, esperto militare comando SAP
- Giuseppe Malinverni, vicecomandante Brigata SAP Buranello
- Giovanni Carù, delle SAP Centro
- Pietro Boido, della SAP Alpron
- Cesare Bo, della SAP Buranello
- Pietro Bernardi, della Sap-Jori
- Quadri militari delle formazioni di montagna di Genova e Savona
- Cesare Dattilo, comandante della Brigata Buranello della Divisione Mingo
- Giacomo Goso, della Brigata GL-Savona
- Oscar Antibo, intendente della Divisione Bevilacqua
- Nicola Panevino, della Brigata GL-Savona, che dopo la morte ne prese il nome
- Quadri dei GAP genovesi
- Renato Quartini
- Bruno Riberti
Il più giovane deve ancora compiere 18 anni. Il più vecchio ne ha 56.
Quindici vengono prelevati dalle loro celle e cinque dall’infermeria di Marassi. Tra loro c’è anche Tino Quartini, 21 anni, che otto mesi prima ha subito l’amputazione di una gamba, a seguito delle ferite nell’azione diretta a liberare il gappista Riccardo Masnata dall’Ospedale San Martino.
Si ritrovano al pian terreno del carcere di Marassi, in piena notte. Molti di loro hanno capito cosa li aspetta. Scrive Diodati: “Siamo tutti giovani, ma appunto per questo, anche in questo momento pieni di spirito e di entusiasmo”.
Due marescialli delle SS gli strappano i cappotti e li ammanettano a due a due.
Adesso le nostre supposizioni sono definitivamente confermate” scrive Diodati “E’ naturale che in quella maniera non si può che finire che al muro. Allora senza perderci d’animo, sorridendo ci rassegniamo alla nostra sorte. Animati dal quella fede incrollabile per cui abbiamo tanto lottato e per cui adesso diamo anche la vita”.
Li fanno salire sul camion e partono verso la Valpolcevera. Due prigionieri riescono a togliersi le manette e grazie ad un squarcio nel tendone si lanciano sul selciato dal camion in corsa. Riescono a mettersi in salvo.
Alle sei del mattino sono a Isoverde e cominciano a salire la montagna. Sono 18, ammanettati a due a due. Uno è senza una gamba, e senza le stampelle requisite dalle SS. Spinti verso il cimitero di Cravasco dai cani, dai calci e dalle mitragliatrici dei nazisti.
Le parole di Diodati sono significative e particolarmente emozionanti, nel descrivere i sentimenti di chi ha capito che sta per essere fucilato: “Tutti abbiamo un contegno sorprendente. Nessuno pensa ai suoi ad alla casa; non è ammissibile. Non è possibile pensarvi. E a tutto si pensa all’infuori di ciò. Pensiamo all’Italia, pensiamo a coloro che continueranno a lottare per essa, ed alla nuova società che sorgerà da questo conflitto portato vittoriosamente a termine dalle forze popolari di tutto il mondo oppresso dal nazi-fascismo. Ci mettiamo a cantare. Sono canzoni di lotta, sono inni rivoluzionari che escono impetuosi dai nostri petti. Cantiamo, e nel canto i nostri cuori si rinvigoriscono sempre più. E’ bello vedere quanto siamo radiosi in questo momento, e in fondo ci sentiamo anche contenti; sì, proprio così, contenti di sentirci così forti e sprezzanti della morte, contenti di morire, ma di morire come noi, per la causa per cui moriamo noi”.
Davanti al cimitero di Cravasco, divisi in due gruppi, muoiono fucilati dall’invasore nazista gridando Viva l’Italia libera.
Il partigiano Franco viene colpito al collo, cade ma non muore. Attende per ore coperto dai cadaveri dei compagni che i tedeschi lascino la zona.
Si arrampica su un cipresso, aspetta la sera, e infine trova la salvezza.
Scrive “Nella mia testa ho già un piano che è tutto un programma: raggiungere di nuovo i compagni, i Patrioti: che anche fra quelle valli continuano la lotta e riprendere il mio posto di combattimento. E poi c’è un’altra ragione che m’impone la salvezza, quella di far sapere e di far conoscere
come si sono comportati e come sono morti i Martiri di Cravasco”
Prima di fuggire verso Pietralavezzara dove prenderà nuovamente servizio nelle brigate partigiane, Diodati scrive di avere guardato per un’ultima volta i 17 partigiani trucidati assumendo l’impegno sacro “Compagni, vi vendicheremo”.
La storia ci racconta che ci fu una reazione immediata del comando partigiano. Una contro-rappresaglia cruenta, probabilmente la più cruenta della storia della resistenza in Liguria: quaranta tra militari fascisti e nazisti detenuti a Rovegno e Cabella Ligure furono fucilati nei giorni successivi.
Ma non era quello. O almeno non era solo quello il modo di tenere fede alla promessa assunta davanti ai martiri di Cravasco.
Arrigo Diodati lo ha dimostrato con la sua vita, dedicata ed attuare quei principi di umanità, libertà, uguaglianza, solidarietà che furono alla base della lotta partigiana e poi sanciti nella Costituzione repubblicana.
Contribuì a fondare l’Unione Italiana Sport per tutti e l’ARCI.
Noi certamente non siamo all’altezza di Arrigo Diodati, ma quell’impegno sacro non è solo il suo, ma è di tutta la Repubblica, del paese nuovo nato con la Costituzione grazie alla lotta di liberazione, di tutte le donne e gli uomini che incarnano le nostre Istituzioni.
E qui si fa più difficile per tutti noi commemorare.
Perché la commemorazione diventa un rito stanco se non è affiancata ogni giorno dalla pratica di quei valori di libertà, uguaglianza e solidarietà che hanno mosso oltre 80 anni fa i partigiani e che oggi devono muovere ciascuno di noi, per primi coloro che hanno incarichi di rappresentanza pubblica.
Non possiamo permettere che la memoria della resistenza diventi retorica vuota, un esercizio di bandiere, di commemorazione di defunti, di letture di racconti di una storia che soprattutto alle generazioni più giovani sembra lontanissima nel tempo e dal cuore.
Se non siamo capaci di rendere viva nella nostra vita quotidiana quella scintilla che ha condotto tanti ragazzi e tante ragazze, donne, uomini di generazioni diverse, di diverse condizioni sociali, orientamenti religiosi e politici, a dare la vita per una società più giusta, se non riusciamo a riportare al centro della nostra lotta di cittadini repubblicani le ragioni della resistenza, noi tradiamo quell’impegno sacro che assunto Arrigo Diodati davanti ai martiri di Cravasco.
Quella scintilla deve rimanere viva, la scintilla di chi è disposto a indignarsi davanti ad un’ingiustizia, di chi è pronto a organizzarsi a mobilitarsi e perfino a dare la vita per combatterla.
Non è solo davanti alle lapidi, ai monumenti, nei cimiteri, che nei onoriamo la Resistenza, ma nella nostra vita, nelle scuole, nei posti di lavoro, nelle fabbriche, nelle aule delle Istituzioni, nella vita associativa, che noi con l’esempio siamo chiamati a non fare affievolire quei valori che hanno portato migliaia di giovani e meno giovani a scegliere e schierarsi.
Anche a quella scelta, oggi, deve andare la nostra riflessione.
Dal settembre 1943, con l’armistizio, nel nostro paese migliaia di persone hanno potuto e saputo schierarsi. Hanno scelto di lottare contro il fascismo, e contro quello che quel regime rappresentava nel segno della privazione dei diritti fondamentali ad ogni dissenziente, ad ogni diverso, ad ogni individuo ritenuto socialmente pericoloso, non importa se comunista, socialista, zingaro, omosessuale, ebreo.
Ma non hanno solo deciso di combattere contro qualcosa. Hanno deciso di combattere PER.
Per una società libera. Per una società più giusta.
In questo, soprattutto in questo, sta la grandezza della Resistenza. Quel valore che ogni revisionismo non potrà mai ridimensionare, che ogni errore, perfino ogni crimine compiuto da un partigiano nella lotta di liberazione non potrà mai rimuovere per intero.
Come scrisse magistralmente Italo Calvino nella prefazione del 1964 a ‘Il Sentiero dei Nidi di Ragno’, anche rappresentando i peggiori partigiani possibili “Ebbene: cosa cambia? Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori” di ogni detrattore della Resistenza.
E su questo occorre vigilare, non arretrare, non cedere nonostante il tempo ad una comoda omologazione.
Non tutti durante il ventennio fascista, e durante la Resistenza, reagirono allo stesso modo davanti all’ingiustizia. E il giudizio non può essere lo stesso.
Non si tratta di rinfocolare divisioni. Ma di rendere onore ad una scelta, che fu scelta coraggiosa e dolorosa, ma fu soprattutto l’unica scelta di libertà e per la libertà.
Se oggi noi possiamo liberamente esprimere le nostre opinioni, scegliere con il voto segreto I nostri rappresentanti, professare la nostra religione, lo dobbiamo a chi ha combattuto da una sola parte la lotta di liberazione, ed ha vinto. La cornice di libertà e di democrazia, suggellata dalla Costituzione nata dall’antifascismo, oggi garantisce tutti, anche quelli che si permettono di tanto in tanto di dileggiare la memoria della resistenza.
Chi oggi usufruisce di quella cornice di libertà non si permetta di giocare con la Storia, mischiando torto e ragione, vincitori e vinti, oppressi con oppressori. Non si permetta di confondere chi combatteva per la libertà di tutti con chi difendeva l’arbitrio di una parte.
La vigilanza non deve venire meno. Soprattutto davanti al riemergere di movimenti neofascisti che davanti ai grandi problemi della crisi economica e del mondo globalizzato sembrano proporre soluzioni semplici, scorciatoie che fanno presa soprattutto tra i più deboli.
Quando si è in difficoltà, quando si fa fatica ad arrivare a fine mese, quando non si hanno I denari per curarsi, e per avere una visita medica si deve attendere sei mesi, è facile credere a false soluzioni, dare la colpa agli altri, agli stranieri, ai diversi, a chi sembra portarci via un pezzetto della nostra sicurezza.
Quale è il rimedio?
L’attuazione della nostra Costituzione.
Lavorare ogni giorno per costruire una società più giusta è il primo rimedio contro le avanzate di ogni neofascismo.
Non torneranno le SS, non torneranno i gagliardetti e nemmeno l’orbace, ma è sempre vivo il germe della prevaricazione del forte sul debole, della discriminazione del diverso, è sempre dietro l’angolo l’avversione del potente di turno per ogni organismo di garanzia, per l’indipendenza della magistratura, per la libertà di stampa, per l’opposizione democratica.
Occorre vigilare, certo. Ma non basta. Non basta gridare al fascismo, se non si prosciugano quei pozzi di emergenza sociale e culturale che forniscono acqua a teorie estremiste e xenofobe.
E allora il dovere delle Istituzioni è chiaro,
Difendendo ed attuando i principi della nostra Costituzione, costruendo una società fondata su libertà, eguaglianza, solidarietà, diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione, noi manteniamo fede al giuramento assunto da Arrigo Diodati davanti ai martiri di Cravasco.
Nessuno può restituirgli la vita, ma tocca a tutti noi, pur a distanza di 81 anni, ciascuno nel proprio ruolo, impegnarci ogni giorno perché il loro sacrificio non sia stato vano.
Viva la Costituzione,
Viva la Repubblica,
Viva la Resistenza.
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