Anniversario della Liberazione 2026 – 16/04 – Presentazione del libro “Partigiane nella Resistenza in Liguria 1943-1945”

Copertina 16 Aprile 2026 Presentazione del libro Partigiane nella Resistenza in Liguria 1943 1945

L’evento


Presentazione del libro “Partigiane nella Resistenza in Liguria 1943-1945”
Promosso dall’ILSREC
scritto da Elisabetta Tonizzi, Irene Guerrini e Marco Pluviano

Con il patrocinio di Comune di Genova e Città Metropolitana di Genova
Con il sostegno di Fondazione Carige e Coop Liguria

Giovedì 16 Aprile 2026

ORE 15.30

Sala Consiliare della Città Metropolitana – GENOVA

Presiede
Giacomo Ronzitti, Presidente ILSREC

Saluti istituzionali

Partecipano
Donatella Alfonso, Scrittrice
Irene Guerrini, Comitato scientifico ILSREC
Marco Pluviano, Comitato scientifico ILSREC
Giacomo Ronzitti, Presidente ILSREC

Foto


Interventi


Io credo che sebbene sia ormai largamente riconosciuta nella memoria pubblica la partecipazione delle donne alla lotta di liberazione nazionale, ritengo, tuttavia, che ancora oggi neppure la storiografia ci abbia restituito compiutamente il profilo civile, sociale e culturale delle combattenti nella Resistenza o meglio delle Resistenze.  

Un profilo collettivo, cioè, che va ben oltre la memoria e la biografia individuale delle partigiane, che, fin qui, solo parzialmente ci hanno consegnato i diversi e pregevoli lavori pubblicati in questi ultimi anni, prevalentemente scritti da storiche e studiose.  

Questa è la ragione principale che ha indotto l’Istituto a promuovere questo volume che raccoglie la ricerca di Elisabetta Tonizzi, docente di Storia Contemporanea dell’Università di Genova e Vice Presidente Vicario del nostro istituto, insieme a Irene Guerini e Marco Pluviano, componenti il comitato scientifico dell’ILSREC, nel quale  vengono raccolti ed esaminati complessivamente i tratti socio-culturali del partigianato femminile nelle quattro zone operative su cui si articolava la struttura politico-militare del movimento resistenziale ligure. 

Nella premessa a questa pubblicazione Elisabetta ci offre una puntuale chiave di lettura temporale e metodologica di come nel corso degli anni, la memorialistica, anticipando gli studi storiografici, abbia privilegiato tra gli anni cinquanta e sessanta il ruolo del combattente di sesso maschile, trascurando, se non ignorando del tutto, quello di sesso femminile, lascito di secolari e atavici pregiudizi che il regime aveva esaltato in funzione della costruzione del mito virile dell’uomo nuovo dell’era fascista. 

Un modello familistico-patriarcale in cui la donna veniva celebrata in quanto procreatrice e angelo del focolare domestico, che nel ventennio divenne ancor più pervasivo e trasversale a tutte le classi sociali, pur con evidenti e marcate differenze tra nord e sud, tra città e campagna e tra i differenti livelli di istruzione. 

Questa premessa, forse scontata, è tuttavia d’obbligo fare anche qui, soprattutto perché mentre sono abbondanti le fonti documentarie del tempo e le storie pubblicate nell’immediato dopoguerra sul partigianato maschile, molto scarne, frammentarie e più recenti sono le fonti e gli studi sulla componente femminile. 

E questo proprio a causa di quegli schemi e stereotipi culturali diffusi anche tra le forze che diedero vita alla Resistenza, che oscurarono la partecipazione femminile alla guerra di liberazione e tesero nel dopoguerra a rappresentarla come un contributo marginale o sussidiario.  

Dunque, benché la storiografia, a cominciare dalla metà degli anni ’70 abbiano avviato ricerche più organiche su questo tema resta un campo d’indagine tanto importante, quanto difficoltoso da affrontare, per di più a decenni di distanza dagli eventi. 

Ciononostante, rappresenta per noi un motivo di impegno, poiché se da un lato siamo sollecitati dal dovere di restituire alle donne il loro giusto merito e il ruolo che ebbero nella Resistenza, dall’altro siamo richiamati alla responsabilità di contrastare la semplificazione di una fase storica straordinariamente complessa, in cui la lotta di Liberazione è stata non di rado espunta dalla dimensione e dalle dinamiche tragiche della “guerra totale”.

Un conflitto che assunse aspetti drammatici e grotteschi soprattutto per l’Italia, che, come sappiamo, vide l’Italia fascista, prima paese aggressore di altre nazioni insieme agli eserciti hitleriani e poi paese occupato dagli stessi eserciti fiancheggiati dalla Repubblica Sociale. 

Un capovolgimento di fronte traumatico consumato nella sciagura di anni di guerra, che anche in conseguenza della fuga del Re e degli alti comandi, coinvolse e sconvolse non solo le alleanze e gli schieramenti bellici, ma ogni aspetto della vita dei civili che vennero inghiottiti in uno scontro in cui ogni principio etico, ogni confine civile e militare, ogni autorità politica e statuale erano collassati.   

Rimuovere o non considerare con la giusta attenzione questo contesto e il substrato socio-culturale della società italiana non solo ha pesato, ma continua a pesare ancora oggi sulla piena e corretta lettura storica di quel periodo cruciale e soprattutto sugli oneri rilevanti che ricaddero sulle donne, le quali erano allo stesso tempo madri e moglie costrette a farsi carico da sole delle gravi e difficili incombenze della propria famiglia, con mariti e figli molti dei quali lontani o dispersi sui vari fronti. 

È, dunque, in questo contesto che non poche di loro scelsero di combattere sia con le armi che senz’armi per la tutela dei propri cari, per la propria dignità e il proprio riscatto. 

Del rifiuto di cogliere la complessità di quel passaggio storico cruciale, la portata e la natura stessa della Resistenza ne è testimonianza, come noto, la polemica aspra che suscitò tra le fila resistenziali, anche a distanza di decenni, la tesi di Claudio Pavone sulle tre guerre che contemporaneamente si erano combattute: 

ovvero, “la guerra patriottica, quella di classe e quella civile”. 

Ma, per altri aspetti, è sintomatica e fa riflettere tutt’ora la stessa mancata pubblicazione da parte della casa editrice del PCI nel 1954 del libro di Alessandro Natta, il quale riferendosi alla dolorosa vicenda degli IMI la definì, a ragione, “L’ altra Resistenza”. 

Così come, la tradizionale interpretazione della Resistenza negli anni 50/60 quale esclusiva espressione della lotta armata, impedì a lungo una sua più ampia e obiettiva lettura pluralistica, ovvero di quella sociale degli operai e di quella civile che più di altre vide le donne protagoniste assolute. 

Quella Resistenza senz’armi che Anna Bravo e altre studiose chiamarono significativamente “maternage di massa”. 

Non di meno, tuttavia, come la ricerca che presentiamo quest’oggi evidenzia, anche nella lotta armata la presenza femminile non fu marginale, come dicevo, sia dal punto di vista qualitativo che numerico, se consideriamo che dalle schede della banca dati del partigianato ligure raccolta nel 2018 dai nostri ricercatori, la partecipazione femminile è stimata per difetto, poiché molte non fecero neppure la domanda di riconoscimento partigiano. 

E ciò, come sappiamo, soprattutto per il persistere di pregiudizi e suggestioni conformistiche, nonché per l’acuirsi dei conflitti ideologici esplosi negli anni della guerra fredda, all’inizio dei quali si svolsero le procedure per il riconoscimento delle qualifiche del partigianato. 

Ma, prima di tutto, va ancora ricordato che a differenza dei renitenti alla leva e dei soldati sbandati, le donne non avevano nessun obbligo di rispondere al bando di Graziani e scelsero volontariamente di combattere attivamente e passivamente, come ricorda anche Mirella Aloisio giovane segretaria del CLN-Liguria e. 

In conclusione, vorrei sottolineare ancora che questo lavoro pregevole di Elisabetta, Irene e Marco vuole essere solo un nuovo capitolo di un percorso di ricerca che vuole restituire alle donne genovesi e liguri la loro identità collettiva e i loro meriti, a lungo taciuti e spesso oggetto oggi di banale retorica celebrativa.

 Si propone allo stesso tempo colmare, per quanto possibile, i vuoti storiografici convinti che quella delle donne fu al contempo una lotta di “emancipazione” e che i diritti conquistati negli anni della Repubblica, a cominciare dal diritto di voto, non sia stato una concessione calata dall’alto, ma il risultato del loro impegno e sacrificio. 

Per tali ragioni, in occasione dell’80° della Repubblica, questa ricerca si collega ad un’altra che presenteremo alla vigilia del 2 Giugno sul percorso delle donne nella nascita e nella vita dell’Italia repubblicana, volendo così ribadire il nesso inscindibile tra Resistenza-Repubblica-Costituzione.

Come si diceva una volta, sorge a questo punto spontanea una domanda. E la domanda è: ma chi erano concretamente queste donne? Abbiamo visto che il loro numero non fu insignificante. Anche limitandoci alle cifre ufficiali ricevettero, in Liguria, oltre il 6% dei riconoscimenti totali. Quasi 1.900 ebbero la qualifica di partigiane o patriote, leggermente più numerose le prime. Esse furono, però, sicuramente di più perché, terminata la lotta partigiana, molte donne sparirono dalla scena, rinunciando a chiedere i riconoscimenti e a lasciare memoria della propria esperienza.

Ma perché lo fecero? Alcune per un malinteso senso di modestia. Su altre sicuramente agirono le remore sociali, la disapprovazione che larga parte della società riservò alle donne che avevano scelto di impegnarsi in prima persona, imbracciare le armi, o addirittura vivere in banda, assieme a tanti uomini. Né si può trascurare il peso della cultura cattolica, anche di una parte di quella antifascista, che continuava a relegare le donne al ruolo di chi “genera, conserva, protegge la vita”, rifiutando anche solo l’idea che potessero uccidere. E anche negli ambienti della sinistra non erano tutte rose e fiori. Lo stesso giornale dell’UDI “Noi donne”, consigliò in quei mesi ad alcune partigiane di aspettare a parlare della propria esperienza resistenziale ai parenti tornati da partigianato, prigionia, internamento, deportazione, di lasciar sfogare i reduci, di essere pazienti, comprensive nei confronti di quanto avevano subito. Come se per loro fosse stata una vacanza, una passeggiata di salute….

Abbiamo perciò ritenuto opportuno non solo analizzare nel complesso la partecipazione delle donne alla vicenda partigiana in Liguria, ma anche esaminare le vicende di un certo numero di esse. In questa sede non vi è tempo a sufficienza per entrare nel dettaglio delle singole storie, che abbiamo invece delineato, seppur sinteticamente, nei capitoli del libro. Cercherò quindi di evidenziare gli elementi che le accomunano, e quelli che le differenziano.

Abbiamo scelto di presentare i profili di sei combattenti della VI zona genovese (Mirella Alloisio, Angiolina Berpi, Rosetta Biggi, Rina Chiarini, Iolanda Cioncolini, Francesca Laura Wronowski); e quattro per ognuna delle altre tre zone liguri, la I imperiese (Ornella Musso, Geromina Garibaldi, Paola Ordano, Adelina Pilastri), la II savonese (Marcellina Oriani, Angiola Minella, Janina Strosberg, Mariuccia Fava), la IV Spezzina (Mimma Rolla, Vega Gori, Zenech Marani, Vera Del Bene). Sedici di esse ricevettero la qualifica di partigiane combattenti, mentre a Geromina Garibaldi e Zenech Marani fu riconosciuta solo quella di patriote.

Prima di passare all’esame degli elementi più significativi che emergono da queste “storie di vita”, occorre però ricordare che le caratteristiche dell’esperienza partigiana, maschile quanto femminile, sono legate anche alla natura delle zone di riferimento. È per questo che nella I zona il partigianato è ripartito tra una preponderante attività di montagna, e una minore ma comunque significativa azione nei centri rivieraschi, dai quali partiva il flusso di materiali e rifornimenti per i reparti schierati sulle Alpi. In montagna le formazioni sperimentarono condizioni di vita durissime, particolarmente durante il lungo inverno alpino, che non risparmiarono di certo le donne. Il peso delle SAP e dei GAP fu minore rispetto alle altre zone, ma dove furono create le SAP le donne vi ebbero un ruolo notevole. Nell’imperiese e nell’albenganese si registrarono poi gli episodi di violenza più pesanti della regione e vi ebbero luogo le stragi più feroci che videro spesso tra le vittime un elevato numero di donne. Nella II zona, invece, oltre all’attività delle formazioni sull’Appennino ebbe grande rilievo il peso di Savona e Vado Ligure e della loro fondamentale struttura industriale, che comportò un più forte impiego delle donne nella clandestinità cittadina, e nelle fabbriche. Nello spezzino, i pesanti bombardamenti sofferti dal capoluogo diedero luogo a un notevole sfollamento, che andò a rafforzare gli ambienti ostili al regime storicamente ben radicati nei centri della provincia. Le donne si trovarono quindi a svolgere le funzioni di collegamento tra i gruppi, tanto quelli armati quanto quelli più politici, ma anche ad agire direttamente nei quartieri e nei luoghi di lavoro di una città la cui industria era completamente dedita alla produzione bellica. e quindi molto controllata. E proprio per questo protagonismo non mancarono le donne che, individuate dai nazifascisti, dovettero darsi alla clandestinità raggiungendo le formazioni sull’Appennino. Nelle VI zona, poi, la molteplicità dei compiti affrontati dalla Resistenza nel Genovesato fece sì che le donne venissero impiegate in tutti i ruoli: staffette, agitatrici nei quartieri e nei luoghi di lavoro, sapiste e anche gappiste, addette al trasporto di armi e materiali di propaganda e, non poche, componenti organiche delle formazioni. Questo nonostante le remore che, in tutta la Liguria e particolarmente in alcune formazioni per le riserve dei comandanti (tra gli altri, Bisagno) accompagnavano la loro presenza. Remore che avevano origini diversificate, radicate nelle diverse sensibilità ideologiche e politiche, ma anche nelle esperienze di vita precedenti, ad esempio in quella militare. Se il mondo cattolico era poco propenso ad accettare che le donne impugnassero le armi, per riserve di tipo morale (la donna fonte di vita) e per una diffusa sessuofobia, non possiamo tacere il fatto che anche il mondo operaio non era poi così propenso ad accogliere la presenza femminile, Eppure, nonostante tutte queste resistenze, quando non ostilità, le donne si insediarono nella Resistenza ligure con un “peso specifico” ben superiore a quello che avrebbe potuto garantire il loro numero. Alla fine, come disse la spezzina Vega Gori: “come sono venute buone, le donne”. Furono così accettate e divennero, ognuna con le proprie specificità, ingranaggi indispensabili della macchina resistenziale.

Stimiamo quindi che le donne siano state quasi il 10% dei resistenti e per questa ragione la scelta di narrare, seppure in maniera succinta, un certo numero di vicende ha comportato la necessità di svolgere una selezione drastica. I criteri adottati sono stati quelli di rappresentare la complessità dell’esperienza resistenziale femminile che, come abbiamo appena detto, fu estremamente articolata. Abbiamo quindi scelto di non presentare solamente le figure iconiche, quelle più note la cui vicenda politica proseguì nei decenni seguenti con una rilevanza regionale quando non nazionale, o che occupano una posizione di estremo risalto nel purtroppo ricco martirologio, anche femminile, del partigianato ligure. 

A loro abbiamo accostato tante donne “comuni”, alcune delle quali tornarono alla vita precedente nelle medesime località e con le stesse occupazioni, mentre altre proseguirono o intrapresero gli studi, a volte trasferendosi in altre città e regioni. Come avvenne a tanti loro commilitoni uomini, alcune ritennero conclusa la propria esperienza di ribellione con la fine della lotta, “avevamo fatto il nostro dovere” dissero. A volte diventando “invisibili”, come nel caso della giovanissima Rosetta Biggi, la partigiana Nuvola di Fontanigorda, che non richiese riconoscimento alla fine del conflitto, tornò a fare la contadina, e rimase nota solamente a livello locale. 

Un buon numero di esse mantenne per tutta la vita – talvolta assai lunga – un impegno politico e/o sociale, nel sindacato, nei partiti della sinistra, nell’ANPI, nell’UDI, partecipando alla trasmissione di quell’esperienza alle generazioni successive. Altre, invece, dopo alcuni anni lasciarono la militanza, come nel caso di Ornella Musso, oppure di Adelina Pilastri che, dopo alcuni anni all’ANPI, si sposò e concluse il proprio impegno, anche per l’ostilità verso le partigiane che si respirava nelle località di provincia. Altre infine rimasero legate all’esperienza resistenziale ma terminarono l’attività nei partiti, in genere in occasione di eventi epocali, quando non traumatici, nella storia della sinistra italiana: il 1956 o l’avvento del craxismo, tra gli altri. Diverse tra loro, ad esempio Geromina Garibaldi oppure Angiolina Berpi Marietta, si trovarono a fare un passo indietro in politica, sul lavoro, o nelle associazioni, lasciando il proscenio a un uomo. Dopo due anni, Geromina lascerà al marito che, licenziato, non riusciva a trovare un’occupazione in quanto ex partigiano comunista, il posto di lavoro in Comune, mentre Angiolina, fu candidata per la Costituente e non eletta perché molti indicarono sulla scheda il suo nome di battaglia, Marietta. Avrebbe potuto presentare ricorso, ma fu sconsigliata per non complicare le cose… e alla Costituente andò un uomo.

Iniziamo ora ad esaminare gli aspetti anagrafici. Quattro delle nostre biografate non avevano ancora compiuto vent’anni, essendo nate tra il 1925 ed il 1928; 8 erano invece nate tra il 1920 ed il 1924, mentre tre erano venute al mondo nel secondo decennio del secolo, e altre tre nel primo. Le giovani e giovanissime sono quindi la maggioranza, come d’altronde fu per il complesso delle combattenti. Le spezzine Mimma Rolla e Vega Gori, alla Liberazione non avevano ancora compiuto rispettivamente diciotto e diciannove anni, ma non furono di certo le più giovani, visto che non mancano le partigiane quindicenni. Vi furono però anche numerose donne in età matura, perlomeno per l’epoca, come Marcellina Oriani, nata nel 1908, Rina Chiarini e Iolanda Cioncolini, entrambe del 1909. Altre, delle quali non riportiamo le biografie ma verranno illustrate da Irene Guerrini nel suo intervento sul prezzo pagato dalle resistenti, erano nate nel secolo precedente. Le più giovani non erano sposate, diversamente da quelle con qualche anno in più, come Rina Chiarini, Iolanda Cioncolini, Angiolina Berpi, Janina Strosberg e Ornella Musso, quest’ultima vedova. In genere, a parte la Chiarini che abortì per le torture subite per mano dei fascisti al momento dell’arresto, anche con prole.

Un altro aspetto che caratterizza la Resistenza femminile ligure è quello dei luoghi d’origine. Se è noto a tutti che il partigianato maschile vide mescolarsi agli “indigeni” i militari provenienti da tutte le regioni italiane; i lavoratori rimasti bloccati nelle città dove erano emigrati dalle regioni confinanti, ma anche da quelle meridionali e dalle isole; i prigionieri di guerra stranieri che al momento dell’Armistizio riuscirono a fuggire dai campi; i disertori della Wehrmacht o delle divisioni della Repubblica sociale italiana, la RSI, ci si sarebbe potuto aspettare che il partigianato femminile fosse composto quasi solo da donne del posto. E invece non fu così, e ciò trova riscontro anche tra le nostre biografate. Certo, furono preponderanti quelle nate in Liguria, oppure immigrate in tenera età al seguito delle famiglie, come nel caso di Zenech Marani e di Vega Gori. Ma vi fu anche chi vi giunse in età adulta assieme al marito, come l’empolese Chiarini, oppure per ragioni di studio, come l’ebrea polacca Janina Strosberg, oppure chi giunse in Liguria, sola o con la famiglia, per sfuggire ai fascisti, come le lombarde Laura Wronowski, nipote di Matteotti e figlioccia di Ferruccio Parri, e Marcellina Oriani, iscritta al PCI e sindacalista clandestina già a fine anni Venti, condannata negli anni Trenta dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato, incarcerata a Perugia, poi liberata per amnistia, e infine inviata a Genova dal Partito dopo essersi “bruciata” a Milano organizzando gli scioperi del 1° marzo 1944. E vi fu chi conobbe traiettorie ancor più complesse, come Ornella Musso, emigrata nel 1930 dall’Imperiese in Francia e poi in Spagna per raggiungere il padre esule, aderì alla repubblica spagnola e poi, nel 1939, fu costretta a riparare in Francia, dove il marito, spagnolo, morì di stenti negli infami campi in cui nel 1939 la Republique democratica rinchiuse i repubblicani spagnoli, i primi in Europa ad aver contrastato con le armi il nazismo e il fascismo. Da lì rientrò in Italia con il suo bambino e vi trovò lavoro ma, subito dopo l’Armistizio, prese contatto con la nascente Resistenza imperiese per poi unirsi alle formazioni a giugno 1944.

E veniamo ora ad esaminare l’appartenenza sociale. Le “nostre” biografate ricoprono davvero uno spettro sociale vasto: in maggioranza proletarie, operaie o di famiglia operaia o artigiana, e contadine, spesso poverissime; ma anche piccolo borghesi e benestanti. È il caso, ad esempio, della savonese Mariuccia Fava, figlia di un avvocato di idee repubblicane, che fino all’inizio della guerra subì il fascino del fascismo, della sua coreografia e ritualità, e anche del suo capo ma, entrata in contatto con studenti antifascisti, al momento dell’Armistizio scelse subito la via della cospirazione in città fino a quando, “bruciata”, raggiunge le formazioni. Per non parlare di Angiola Minella, nata a Torino, figlia di un dirigente di banca, che entrò precocemente in contatto con i partigiani badogliani a Brà per poi entrare in formazione in una SAP garibaldina a Noli, nella II zona ligure, e diventare un’impareggiabile formatrice politica. Oppure, a un livello sociale meno elevato ma pur sempre superiore alla media, Adelina Pilastri di Bordighera, proveniente da una famiglia borghese e reazionarie. Una famiglia che rifiuterà sempre, anche nel dopoguerra, le scelte che l’avevano portata a far parte della V brigata della divisione Cascione e a partecipare a diversi scontri armati. Né possiamo dimenticare Janina Strosberg, ebrea polacca, ostile al regime di Pilzudskij, trasferitasi a Genova da uno zio prima di aver compiuto i diciott’anni per iscriversi alla facoltà di Medicina, sposatasi con Francesco Piana, un compagno di studi figlio di una famiglia benestante della val Bormida trasferitasi a Genova. Francesco, ufficiale medico reduce dalla Russia, si unirà quasi da subito alla Resistenza assieme alla moglie, entrambi come sanitari. Ma la maggioranza delle nostre biografate, e di tutte le donne resistenti, erano, come abbiamo detto, delle proletarie. Tutte accomunate da una povertà che per alcune sconfinava nella più nera miseria, come nel caso di Zenech Marani, emigrata dall’Emilia in Lunigiana e avviata al lavoro a undici anni, o di Vega Gori nata il 26 ottobre 1926 a Casalmaggiore (CR), anche lei immigrata con la famiglia in cerca di miglior fortuna, operaia in giovanissima età, con il padre imbarcato su un mercantile e internato in Australia dall’inizio del conflitto. Oppure di Marcellina Oriani, nata nel 1908 a Cusano Milanino e andata a lavorare a 11 anni per poi organizzare il suo primo sciopero nel 1928, appena ventenne. Una povertà che la guerra rese per tutte ancora più pesante e, unita alle tradizioni famigliari e alle durissime condizioni di lavoro, le portò dapprima a detestare il fascismo e poi, quando se ne presentò l’occasione, a scegliere di aderire alla Resistenza.

E ora, veniamo al retroterra politico e ideale di queste donne. Anch’esso fu assai variegato. Alcune provenivano da famiglie decisamente avverse al Regime, per militanza o per scelta individuale, come nel caso di Vega Gori il cui padre, anarchico, non riusciva mai a mantenere il lavoro per lungo tempo per via delle sue idee. Zenech Marani proveniva da una famiglia comunista, e anche loro finirono per emigrare nello spezzino per fuggire a un ambiente che li teneva ai margini. Ugualmente emarginata perché di famiglia comunista era Vera Del Bene, di Levanto, la quale ricorda che i figli dei sovversivi erano i più poveri, e quelli sistematicamente puniti a scuola. Alcune delle “nostre” donne appartenevano poi a quella che potremmo definire una vera e propria “aristocrazia” dell’antifascismo. Di Laura Wronowski ho già detto, mentre Mimma Rolla faceva parte di una famiglia di comunisti, e proveniva da un vero e proprio “nido” di sovversivi, Arcola, da dove partirono otto uomini già per andare a combattere in difesa della Spagna repubblicana, capeggiati da Guido Picelli che vi perse la vita. E di quel gruppo faceva parte anche lo zio di Mimma, Domenico, che fu poi inviato dall’Internazionale Comunista in Etiopia per organizzare la resistenza contro l’invasione fascista, assieme a Ilio Barontini e ad Anton Ukmar, il nostro Miro. Mimma l’antifascismo l’aveva per così dire nel sangue. Per non parlare poi di Rina Chiarini che già nella natia Empoli si oppose al fascismo, anche prima di conoscere il comunista Remo Scappini, che poi sposerà e seguirà, nel 1943, a Genova, dove anche lei ricoprirà ruoli di grande responsabilità e sarà poi arrestata, torturata, inviata nel lager di Bolzano Gries, e riceverà la Medaglia d’Argento al valor militare. Altre diventarono antifasciste in maniera naturale, quasi automatica, poiché vivevano in quartieri che erano intrinsecamente ostili al Regime, come Mirella Alloisio a Sestri Ponente o Angiolina Berpi a Cornigliano. Altre provenivano invece da famiglie che avevano lontani trascorsi socialisteggianti o una generica tradizione democratica e non simpatizzavano di certo per Mussolini, ma “in casa non si parlava di politica”. La loro scelta di campo sarà frutto della guerra, con il suo strascico di lutti e miseria, come nel caso di Geromina Garibaldi già attiva a inizio 1943 in maniera individuale, e poi del trauma dell’8 settembre e dell’occupazione nazista, come Mariuccia Fava che, nonostante l’antifascismo del padre, maturerà una scelta contro il regime ben dopo la morte del genitore, avvenuta nel 1940.

Né mancò chi proveniva da famiglie apertamente fasciste. Questo fu il caso di Paola Ordano il cui patrigno, Vittorio Ottavi, era un componente della Brigata Nera Briatore di Savona. Uomo dispotico e violento probabilmente importunò la ragazza, e prese parte al plotone di esecuzione che il 1° novembre 1944 fucilò cinque partigiani nel fossato del Priamar a Savona, tra i quali Paola Garelli, Luigia Comotto e Franca Lanzone. La Ordano venne arrestata dai partigiani perché sospettata di essere, come la madre, una spia fascista (per inciso la madre e il patrigno furono fucilati dai partigiani subito dopo la Liberazione) ma riuscì a discolparsi e venne rilasciata con il pressante invito di tornare a casa propria. Ma a quel punto, come ricordò in seguito: “non sapevo più dove andare”. Disperata, sola, senza nessun appoggio, nauseata e anche intimorita dall’ambiente famigliare, chiese di potersi unire alla formazione che l’aveva arrestata. La sua fu quindi una reazione istintiva di ribellione contro la famiglia e, di conseguenza, contro il fascismo, come fu per Adelina Pilastri. Vi fu poi chi, come Rosetta Biggi, proveniva da famiglie contadine sideralmente lontane dalla politica. Si trattò di una scelta in parte motivata, soprattutto nel caso della Biggi, dal desiderio di vivere un’esperienza nuova, ma anche dal trauma dell’internamento del fratello in Germania.

Come ultimo punto vorrei illustrare brevemente quali furono gli esiti dell’impegno partigiano. La maggioranza delle nostre biografate sperimentò per anni, in diversi casi per tutta la vita, la militanza nell’ANPI dedicandosi a trasmettere ai giovani la propria esperienza, e in minor numero nell’UDI, nel PCI o nel PSI, nella CGIL. Alcune tra loro raggiunsero ruoli di responsabilità a livello locale – consigliere o assessore comunale – e anche provinciale, come Mirella Alloisio che, trasferitasi a Perugia, fu eletta in quel consiglio provinciale. L’unica ad affermarsi a livello nazionale fu Angiola Minella, Costituente e poi senatrice e deputata. Per inciso, anche l’altra donna eletta alla Costituente in Liguria, la democristiana Angela Gottelli, aveva militato nella Resistenza, anche se nel parmense.

Ritengo, assieme alle due autrici di questo volume, che le diciotto donne delle quali abbiamo illustrato brevemente la vicenda biografica rappresentino veramente uno spaccato del partigianato al femminile, e della società nel suo complesso. Personalmente credo che non siano state delle eroine a tutto tondo: ebbero incertezze, riserve, paure, anche dubbi. In alcuni casi, penso a Mariuccia Fava e Paola Ordano, la loro decisione non era così scontata fin dall’inizio come invece avvenne per chi proveniva da famiglie e ambienti ostili al fascismo. La loro maturazione avvenne, prima o dopo l’8 settembre, quando si trovarono davanti alla scelta. La loro storia avrebbe anche potuto prendere una piega diversa, ma al momento di scegliere non esitarono, e percorsero la via giusta.

Alcune sperimentarono la difficile decisione di impugnare le armi, e anche di uccidere. Lo fecero anche se questa necessità generò a volte disagio perché, come ebbe a dire Vera Del Bene in un’intervista: “Anche oggi, quando ne parlo con i compagni, cerchiamo di evitare questo discorso perché ci fa male. Quando uccidi, gli occhi che hai davanti a te non li puoi dimenticare […] Perché lo sparare non è una cosa semplice, perché i morti ti guardano sempre, perché le persone che hai davanti anche in un combattimento ti fanno sempre pena, anche se sono tuoi nemici. Perché è una persona giovane come te che hai davanti, solo che sta dalla parte che a tuo giudizio è sbagliata”.

Le donne impegnate nella Resistenza non furono risparmiate dalla repressione messa in atto contro il movimento partigiano sia dagli occupanti nazisti, sia dai fascisti repubblicani loro alleati. Questi ultimi agirono, è bene ribadirlo, spesso in prima persona e di loro iniziativa. 

Esse pagarono duramente il loro impegno con il carcere, le torture, lo stupro. E poi, con l’invio al lavoro obbligato nel Reich, la deportazione nel campo di concentramento di Bolzano e nei lager tedeschi, per arrivare alla fucilazione. Non mancarono le partigiane cadute in combattimento o per altre cause belliche. 

Le Antifasciste inviate al lavoro coatto nel Reich.

La pratica dell’invio al lavoro obbligato nel Reich – Germania, Austria e paesi occupati – durante i venti mesi della RSI coinvolse oltre 100mila italiani, in larga parte obbligati, cioè vittime di procedure coattive: militari, di polizia, amministrative. 

Dalla Liguria partirono intorno a 9.000 lavoratori, con una percentuale femminile circa del 20%. Questa misura rispondeva, pur con esiti largamente inferiori alle aspettative dell’occupante, alle necessità di manodopera da parte delle industrie tedesche e, allo stesso tempo, era utilizzata come forma di intimidazione terroristica e di repressione del dissenso. 

Anche in Liguria, il lavoro coatto colpì diverse donne coinvolte nel movimento resistenziale e negli scioperi o, più semplicemente, donne rastrellate assieme agli uomini in aree considerate ostili per l’appoggio concreto dato alla Resistenza.

Anche se alcune partigiane ebbero la ‘fortuna’ di sfuggire grazie al lavoro coatto ai campi di concentramento, il trattamento dei lavoratori italiani nel Reich dopo l’Armistizio dell’8 settembre fu generalmente molto duro e severo sotto ogni profilo: disciplinare, alimentare, di alloggio e con ritmi lavorativi estremamente onerosi per cui non pochi persero la vita, comprese alcune donne liguri.

Tra le antifasciste inviate al lavoro coatto nelle fabbriche tedesche voglio ricordarne alcune.

Le sorelle Dora ed Elvira Fidolfi, sindacaliste comuniste allo Jutificio Montecatini di Fossamastra (SP). In fabbrica le donne costituivano la grande maggioranza della forza lavoro ed erano molto combattive tanto che parteciparono in massa allo sciopero generale nazionale del 1° marzo 1944 indetto dal CLNAI che paralizzò praticamente la produzione in tutto lo spezzino. 

Al termine dell’agitazione, il 3 marzo, scattò la repressione con numerosi arresti. Dieci dirigenti sindacali uomini furono mandati a Mauthausen (otto vi persero la vita), mentre una parte degli altri arrestati fu destinata al lavoro obbligato in Germania. Tra questi le sorelle Fidolfi, individuate a ragione come le principali organizzatrici dello sciopero nel loro stabilimento. Furono avviate in una fabbrica a Kopenick nei dintorni di Berlino. Qui Elvira contrasse una grave infezione che, non curata, la portò alla morte il 4 aprile 1945. 

Le partigiane Elsa Mazzucco, diciotto anni e Antonietta Ottone, vent’anni, partigiane della II Zona furono catturate nel corso di un rastrellamento il 15 agosto 1944; inviate in uno stabilimento a Mooshierhaum (Slesia), Antonietta vi morì il 30 gennaio 1945 mentre Il 6 gennaio 1945 perse la vita in Germania anche Lucia Marenco del 1883, arrestata a Savona dalle SS per detenzione di esplosivi.

Tra le liguri inviate al lavoro coatto che probabilmente non ebbero riconosciuta la qualifica partigiana nel dopoguerra nonostante fossero state fermate per il loro coinvolgimento nella Resistenza, voglio ricordare almeno la sanremese Emanuela ‘Lina’ Meiffret. Fu arrestata il 14 febbraio 1944 e questo fu l’inizio di un percorso doloroso e traumatico. Lina subì feroci torture nel carcere di Imperia e poi a Genova nella IV Sezione del carcere di Marassi, gestita direttamente dai tedeschi. Il 13 aprile fu inviata in una fabbrica nei pressi di Stoccarda. Sottoposta a una ferrea disciplina, a pesanti turni di lavoro di dodici ore alternati giorno/notte, fece la fame. Dopo un paio di tentativi di fuga dal campo, ottenne il trasferimento a Vienna grazie all’aiuto di un medico compiacente e qui riuscì a farsi passare per un’operaia volontaria. Con vari sotterfugi rimpatriò a metà gennaio 1945.

Passiamo ora alla deportazione vera e propria soffermandoci dapprima sul Campo di transito e concentramento di Bolzano.

Il campo di pertinenza della polizia tedesca di Gries nella periferia di Bolzano sostituì nell’agosto 1944 l’analogo lager di Fossoli di Carpi nel modenese. Era situato nell’Alpenvörland (province di Bolzano, Trento e Belluno) che era un territorio amministrato direttamente dai germanici. Almeno undici partigiane liguri ‘riconosciute’ in quanto tali dal Ricompart nel dopoguerra furono deportate a Gries, anche se nei registri del campo sono registrate diverse altre donne residenti in Liguria che probabilmente vi furono deportate per il loro impegno nella Resistenza.

Cinque di loro, Rina Chiarini, Iolanda Cioncolini, Geromina Guagnini, Maria Angela Moltini e Teresa Nardi, furono arrestate nel luglio 1944 nel corso delle operazioni contro il Partito comunista condotte da Giusto Veneziani, il capo dell’Ufficio politico della Questura di Genova. 

Furono processate con altri compagni da un tribunale straordinario; Rina Chiarini e Iolanda Cioncolini furono condannate a ventiquattro anni di carcere, mentre Maria Angela Moltini, che aveva lavorato come gappista con Giacomo Buranello, e Teresa Nardi ebbero ciascuna dieci anni di pena, e Geromina Guagnini cinque. A metà settembre le cinque partigiane genovesi, assieme a numerosi compagni, partirono per Bolzano. Nonostante nel gruppo vi fossero personalità di primo piano del Partito comunista e della Resistenza, ventidue – comprese le cinque partigiane, vi rimasero sino alla Liberazione restando a disposizione della Questura di Genova.

Sebbene a Gries i tassi di mortalità non fossero paragonabili a quelle dei campi di concentramento tedeschi, “la vita nel campo era dura”, ricorda Rina Chiarini nelle sue memorie. Ai pesanti disagi legati all’alloggio, alle cattive condizioni igieniche e sanitarie e allo scarso nutrimento, si univa una disciplina severa, inasprita dall’arbitrio delle capo blocco, le kapò

Rina, come molte compagne, era stata destinata alle pulizie nelle villette degli ufficiali tedeschi, mentre altre lavoravano in settori diversi oppure nelle fabbriche dei centri vicini. In primavera scrive Rina: “la situazione del campo peggiorava sempre più dal lato alimentare finché non ci dettero quasi più nulla da mangiare” per cui, insieme a Maria Angela Moltini, decise di tentare la fuga che andò a buon fine a metà marzo 1945 grazie all’aiuto del CLN locale.

Deportate nei campi di concentramento in Germania.

Almeno trenta antifasciste liguri furono inviate dalle quattro Zone partigiane nei campi di concentramento tedeschi. Dico almeno perché – come ha ben presente chi fa ricerca storica – difficilmente i dati sono definitivi perché possono emergere nuovi documenti.

Tutte le deportate furono classificate come Politisch, cioè ‘politiche’ e abbiamo riportati i loro nomi in una tabella nel volume.

Alcune erano giovanissime, come le diciassettenni Fabiola Fioretto e Mirella Stanzione. Tre delle donne più anziane perirono nel lager: Amelia Giardini Paganini, Amelia Sala e Luisa Franchelli Goso la cui figlia Armida, di diciannove anni, non sopravvisse ai patimenti sofferti e morì a Merano il 30 agosto in ospedale, quasi quattro mesi dopo la liberazione.

La grande maggioranza delle deportate italiane fu condotta nel Lager di Ravensbrück e tale fu anche il destino di ventisei liguri. 25 partirono da Bolzano il 5 ottobre 1944 con un trasporto che comprendeva 113 donne.

Gemma Comuzzi invece fu arrestata dalle SS il 20 gennaio 1944, su delazione, perché portava viveri e indumenti ad alcuni ex prigionieri inglesi nascosti sui Giovi. Fu torturata per giorni alla Casa dello Studente e, dopo una prigionia di sei mesi a Marassi, fu deportata a Bergen Belsen prima di andare anche lei a Ravensbrück. Nel processo per collaborazionismo a chi l’aveva denunciata – America Bernacchi, mostrava ancora i segni evidenti delle torture subite.

Invece, le tre partigiane della Brigata ‘Berto’ della VI Zona, Fabiola Fioretto e le sorelle Chiara e Maria Rebori, catturate il 9 ottobre 1944 a Case Zatta di Mezzanego (GE), furono portate a Flossenbürg mentre Liana Millu dovette partire per il campo di sterminio di Auschwitz Birkenau.

Il lager di Ravensbrück era situato circa 80 km a nord di Berlino. Era stato aperto il 15 maggio 1938 come ‘campo di rieducazione’ per gli oppositori politici tedeschi, ma con la guerra diventò a tutti gli effetti un campo di concentramento a netta prevalenza femminile. Tra i circa 1.600 italiani qui deportati, quasi 1.200 erano donne. 

Voglio almeno ricordare le donne che si fecero testimoni della loro odissea.

Livia Borsi Rossi, della Brigata Garibaldi SAP ‘Noli’, che fu arrestata il 5 luglio 1944 a Genova con il marito, morto nel KL di Hersbruck. Livia, come Bianca Paganini, lasciò il suo ricordo nel libro Le donne di Ravensbruck.

Maria Musso, fermata a Diano Arentino il 2 settembre 1944, ci ha lasciato un quaderno di memorie pubblicato postumo e diverse poesie e si tolse la vita molti anni dopo, come Primo Levi.

Bianca Paganini fu arrestata il 3 luglio 1944 a San Benedetto (SP) con la sorella Bice e la madre Amelia Giardini che, deportata a Ravensbrück con le figlie, non resistette alle privazioni e vi morì il 2 gennaio 1945. Due giorni prima di loro era stato catturato il fratello partigiano Alfredo, morto nel lager di Hersbruck; insieme ad Alfredo fu presa anche Dora Carpanese, deportata a Bolzano Gries. 

La spezzina Mirella Stanzione, arrestata il 2 luglio 1944 con la madre Nina Tantini, trovò il coraggio di testimoniare solo dopo un silenzio durato quasi cinquant’anni, come anche Liliana Maranini.

Le loro memorie, i loro racconti restituiscono con efficacia l’impatto con l’universo concentrazionario: 

– le spaventose condizioni di vita,

  • la fame, il freddo, la paura del futuro, 
  • la violenza estrema che vi regnava, la distruzione della dignità umana e delle relazioni interpersonali, 
  • il disorientamento provocato anche dalla babele di lingue, 
  • l’isolamento conseguente al pregiudizio negativo da parte delle altre deportate, soprattutto le francesi, che in un primo tempo ritenevano tutti gli italiani complici del regime fascista. 

Questi ricordi danno inoltre conto delle difficoltà affrontate durante il rientro in patria e del reinserimento problematico nella vita normale e nella società, che non era in grado di comprendere la terribile esperienza vissuta dai deportati, e ancor più se donne, nonché del trauma indelebile che le accompagnò per tutta la loro esistenza, dolorosamente rivissuto a ogni testimonianza

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’invio nel circuito concentrazionario,  e ciò vale anche per le antifasciste liguri, non fu la punizione riservata solo a donne ai vertici della struttura resistenziale o responsabili di azioni eclatanti, ma colpì anche persone estranee all’antifascismo militante: madri e sorelle di partigiani, donne che prestavano aiuto ai ‘banditi’ anche solo dando loro un tetto per la notte o qualcosa da mangiare, e quindi con un ruolo ‘marginale’ ma che inevitabilmente comportava grandi rischi. E infatti solo diciassette ebbero la qualifica di partigiane (solo per cinque si fa menzione della deportazione nella scheda Ricompart), mentre tredici non ebbero riconoscimento alcuno.

Voglio in ultimo ricordare Liana Millu, una delle più importanti testimoni delle condizioni del circuito concentrazionario volto allo sterminio. Liana apparteneva alla ‘Organizzazione Otto’, fondata subito dopo l’Armistizio a Genova dal medico comunista Ottorino Balduzzi, con compiti di intelligence e per tenere i rapporti con gli Alleati. 

Fu arrestata il 7 marzo 1944 a Venezia mentre era impegnata in una missione di collegamento. Fu riconosciuta come ebrea e il 14 aprile fu trasferita a Fossoli di Carpi in attesa di essere deportata in Germania. Il 16 maggio partì per il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau con altri 600 ebrei a bordo di un treno formato da una decina di vagoni bestiame. Liana fu deportata in quanto ebrea e non perché appartenente alla Resistenza, anche se l’arresto fu strettamente legato alla sua attività cospirativa.

A novembre fu trasferita a Ravensbrück dove fu classificata Pol Judein (deportata ebrea per motivi politici o di sicurezza) e dopo una quindicina di giorni fu inviata nel campo di Malkow, presso Stettino, a lavorare 12 ore al giorno in una fabbrica, da cui fu liberata dai sovietici il 30 aprile.

Liana ebbe quindi la ‘buona sorte’ di sopravvivere a Birkenau e di essere assegnata a un lager dove ai detenuti era riservato un minimo di cure in quanto forza lavoro da preservare, per quanto si trattasse di lavoro schiavo come per tutti i deportati politici e razziali. Tuttavia, pur non essendo Malkow un campo di sterminio come Birkenau, il tasso di morbilità e mortalità era comunque elevato e Liana, quando fu liberata, era in condizioni di salute estremamente precarie per cui fu ricoverata in ospedale. Rientrò in Italia solo il 15 agosto 1945.

A differenza della maggior parte dei deportati che rimasero rinchiusi nel silenzio per la maggior parte o per tutta la vita, Liana si pose da subito due obbiettivi: testimoniare il passato per contribuire a creare un futuro migliore, e “raccontare l’indicibile in vece di chi non poteva più farlo”. Già nel 1947, stesso anno della prima edizione di Se questo è un uomo di Primo Levi, a cui fu sempre legata da amicizia, diede alle stampe il primo di numerosi testi autobiografici, Il fumo di Birkenau, uno dei primi memoriali scritti da deportati ebrei nei campi di sterminio, più volte riedito e tradotto in molte lingue.

Il sacrificio estremo: cadute in combattimento, morte per cause belliche, fucilate

Nel libro abbiamo identificato trenta partigiane liguri che persero la vita per la loro partecipazione alla Resistenza e anche qui ne abbiamo pubblicato la tabella con i nomi. 

Morirono in diversi modi e circostanze: 

  • in combattimento o per le ferite riportate, 
  • per malattia per causa di servizio, 
  • in deportazione, 
  • catturate nel corso dei rastrellamenti e fucilate sul posto 
  • o arrestate e uccise, spesso dopo aver subito atroci torture. 

Due di loro erano nate nell’Ottocento, la sapista genovese Maria Italia Slitti (24 maggio 1887) morta per malattia contratta in servizio e Angelina Giribone (26 novembre 1898) della SAP di Savona, riconosciuta col grado di tenente, trucidata in casa da militi della Brigata nera.

Altre erano madri di famiglia che non esitarono a mettere a repentaglio la propria vita, come Clelia Corradini e Paola Garelli, e molte erano ragazze.

Le sorelle Manassero, Carmen ‘Cita’ 19 anni e Gioconda ‘Giò’ non ancora diciottenne, erano figlie di migranti, nate a Callao (Perù) e, rientrate in patria, combattevano in un distaccamento della Brigata ‘Nuvoloni’ della Divisione imperiese ‘Cascione’. Il 9 settembre 1944 si trovavano con altri compagni a Seborga, piccolo centro dell’entroterra di Bordighera (IM), quando i tedeschi occuparono il paese. Furono fucilate con altri tre partigiani (ottennero di essere uccise abbracciate) e i loro corpi furono gettati nella scarpata sottostante. 

Non mi è possibile ricordare tutte le partigiane morte per mano dei nazifascisti, ma voglio almeno accennare a Felicita Noli e a quattro savonesi.

Felicita Agostina Noli ‘Alice’ del 1906 raccoglieva viveri, indumenti e fondi per i partigiani, svolgendo contemporaneamente una intensa attività di propaganda. Il 7 agosto due militi della Brigata nera furono uccisi da un partigiano a Campomorone (GE). I brigatisti neri arrestarono sette sovversivi del luogo e li fucilarono per rappresaglia. Tra essi vi era anche ‘Alice’, accusata di essere “amante del terrorista Marrani”. Per onorare il suo sacrificio le fu intitolata una Brigata sapista interamente femminile e nel 1989 le venne conferita la medaglia di bronzo al valor militar alla memoria.

Quattro partigiane savonesi caddero vittima dei fascisti.

La prima fu Ines Negri il 16 agosto 1944. Fu arrestata per aver cercato di far disertare tre soldati della Divisione ‘San Marco’, una delle quattro dell’esercito di Salò addestrate in Germania. Incarcerata al Sant’Agostino di Savona fu picchiata e torturata ma, dato che non parlava, fu affidata direttamente alla ‘San Marco’ che la portò al comando di Villa Faraggiana ad Albissola Mare. Qui continuarono i tormenti e fu violentata. Di fronte al suo silenzio finsero di liberarla ma, mentre si allontanava piegata dalla sofferenza, la inseguirono, le spararono alla schiena e buttarono il corpo martoriato in un fosso.

La seconda è Clelia Corradini una delle esponenti più importanti e conosciute della Resistenza a Savona e Vado Ligure, decorata con la Medaglia d’argento al Valor militare. 

Clelia, vedova e madre di tre figli, aveva quarantuno anni quando fu uccisa. Più volte ammonita e proposta per il confino di polizia, dopo l’occupazione nazista si espose in prima persona nell’opera di propaganda e proselitismo e raccogliendo attorno a sé un gruppo di donne che si impegnarono a raccogliere fondi e indumenti per le bande nascenti. Tradita da una spiata fu arrestata e torturata per estorcerle le informazioni sul figlio partigiano in montagna e sulla rete partigiana a Vado. 

Clelia non parlò e il 23 agosto fu decisa la sua condanna a morte, eseguita il giorno seguente. I componenti del plotone di esecuzione della Brigata Nera non ebbero il coraggio di sparare, costringendo così l’ufficiale comandante, tenente Zotti, a finirla di suo pugno con una raffica di mitra. Le fu intitolata la 5ª Brigata della SAP Gramsci. 

Paola Garelli e Franca Lanzone furono fucilate insieme ad altri quattro antifascisti, tra cui l’anziana Luigia Comotto di 68 anni, nella Fortezza del Priamar a Savona il 1° novembre 1944. La loro esecuzione fu decisa per rappresaglia per l’uccisione del maggiore della GNR Giorgio Massabò avvenuta il giorno precedente. Il ritrovamento dei bossoli in casa della Comotto indicava che gli attentatori vi si erano appostati ma lei, pur conoscendoli, non ne fece i nomi neppure sotto tortura.

Paola Garelli e Franca Lanzone, sapiste della Brigata ‘Colombo’, erano già detenute nella sede della Federazione fascista con l’accusa di aver incitato alcuni militari alla diserzione e di svolgere funzioni di collegamento con le formazioni partigiane a cui procuravano armi, viveri e materiali. Esse ricoprivano effettivamente un ruolo di primo piano nella Resistenza cittadina e nell’organizzazione delle donne sin dai giorni seguenti l’Armistizio. 

Furono dunque in tante le donne che pagarono un prezzo molto alto, pure con la vita stessa, la loro partecipazione alla Resistenza. In molti casi non ebbero il giusto riconoscimento ‘formale’ del loro sacrificio e quindi anche economico per esse o per le loro famiglie. 

Come ad esempio Stefanina Moro; non aveva ancora compiuto diciassette anni quando fu massacrata alla Casa dello Studente; rilasciata in fin di vita senza aver denunciato i compagni, morì pochi giorni dopo in ospedale. 

Inoltre, la società postbellica non seppe, o piuttosto rifiutò di riconoscere le atroci sofferenze fisiche e psicologiche patite dalle donne che rientravano dai campi di concentramento; all’indifferenza, al non ‘voler sapere’, si sovrappose talvolta il sospetto infamante e ingiustificato, che durante la prigionia avessero tenuto comportamenti sessualmente disinvolti, come hanno testimoniato alcune ex deportate.

Pur nella consapevolezza di non essere stati in grado di ricordarle tutte, nel nostro volume abbiamo ricostruito un quadro il più ampio possibile delle vittime che, se da un lato costituisce una novità storiografica, dall’altro si configura come una sorta di ‘restituzione di memoria’, obiettivo non secondario del nostro lavoro.

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